La porta stretta: rilettura di Luca 13,23-29

 

In quel tempo. Un tale chiese al Signore Gesù: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”. Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori. Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio».

 

Oltre i confini angusti della Salvezza tradizionale

Il brano di Luca 13,23-29, con la sua enfasi sulla "porta stretta" e l'esclusione dal "regno di Dio", ha tradizionalmente alimentato visioni di salvezza e dannazione gestite da un'entità divina esterna giudicante che muove i fili del presente e determina irrevocabilmente il destino futuro dell’adepto.

Una rilettura più attenta e matura del valore attribuito da Cristo alla grandezza e alla libertà dell’essere umano, ci invita a esplorare significati che trascendono queste interpretazioni convenzionali e puerili, focalizzandosi piuttosto sull'impegno umano, sulla consapevolezza interiore e sulla responsabilità etica personale e sociale.

La "Porta Stretta": un cammino di consapevolezza

La domanda iniziale "Signore, sono pochi quelli che si salvano?" rivela una preoccupazione ansiosa comune riguardo l'accesso a una qualche forma di beatitudine post-mortem. In una prospettiva più rispettosa dell’evento salvifico di liberazione operato da Cristo, la salvezza non è un premio concesso da un'entità superiore, ma piuttosto un processo intrinseco di crescita, di evoluzione in autenticità e realizzazione umana.

Possiamo rileggere la "porta stretta" non come un ingresso fisico o un criterio di ammissione imposto da un Dio-Padrone che dispensa premi e punizioni, ma l’immagine simbolica di un serio percorso di vita che richiede disciplina, introspezione, silenzio e meditazione e la volontà di affrontare persino le proprie ombre. È un invito a un'esistenza vissuta con intenzione e consapevolezza, piuttosto che seguendo passivamente dogmi o aspettative esterne. Molti "cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno" perché il vero cambiamento richiede uno sforzo genuino e una profonda trasformazione interiore, non un'adesione superficiale ad un dettato etico normato da regole e precetti, né tantomeno una ricerca finalizzata a farsi ben volere da chi ti può punire se fallisci.

Nessun percorso di crescita umanamente serio può fondarsi sulla paura della punizione. Non vi è processo educativo di successo fondato sulla paura.

Il "Padrone di Casa": la responsabilità personale

La figura del "padrone di casa" che chiude la porta può essere rivisitata come proprietario naturale delle proprie scelte, delle proprie azioni, degli esiti positivi o negativi, umanizzanti o disumanizzanti. Se il riferimento dell’essere umano è l’umanità di Cristo, non si tratta di rispondere ad un giudice impietoso, ma al modello di “persona pienamente umana” che è Cristo. Quindi, non una divinità che cerca come un controllore viaggiatori abusivi e nega loro l'accesso, ma il “padrone di casa” è la realtà ineludibile cui tutti siamo esposti: sono le opportunità o stati di essere che chiedono risposte ed un impegno costante.

Il tempo stesso in cui la porta è aperta è il tempo della vita, della crescita, delle opportunità da coltivare, è il tempo della formazione di una coscienza etica. È anche il tempo degli errori, delle sviste, dei fallimenti che però possono essere rimessi a buon frutto per l’evolversi e lo svilupparsi appieno delle potenzialità che l’uomo cristico può ottenere da sé. L’uomo cristico, infatti, sa di che è fatto. Sa di essere figlio di Dio, capace di cose grandi come quelle che Cristo ha compiuto. Il Gesù storico, infatti, ha dichiarato: “chi crede in me compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi” (Gv 14,12)

L’uomo cristico[1] è quello che conosce e confida nella compagnia del Cristo, nella sua potenza trasformativa anche e proprio nelle difficoltà, nei fallimenti e persino nei peccati. L’uomo cristico sa di essere amato e perdonato: perdonato perché amato e amato non perché è amabile, ma perché bisognoso di perdono.

I "rimasti fuori" invece bussano e dicono "Signore, aprici!", e ricevono la risposta "Non so di dove siete". Non si tratta di un'amnesia divina, ma della constatazione che non vi è stata una vera connessione interiore o un'autentica partecipazione alla vita del soggetto illusoriamente credente. Il "non so di dove siete" non è un giudizio, ma un riflesso della mancanza di radici profonde, di un'esistenza vissuta senza una vera identità o un profondo senso di scopo, senza cioè la piena consapevolezza dell’essere figli di Dio, fratelli in Cristo, comunione in Lui: carne della sua carne.

Così l'affermazione "Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze" sottolinea come le pratiche esteriori o l'associazione superficiale a figure carismatiche non siano mai sufficienti, anzi siano assolutamente illusorie e fuorvianti. Il pio religioso che crede di aver diritto ad una salvezza-premio, invece di impegnarsi per essere pienamente un esponente della verità del Vangelo che genera una vita buona per sé e per gli altri, finisce per restare fuori.

Questa rilettura suggerisce che la mera partecipazione a riti o l’adozione di insegnamenti e comportamenti dettati dalla tradizione, dalla prassi dottrinale o dalla paura della punizione, non garantiscono una reale trasformazione interiore. Ciò che conta, invece, è la piena integrazione di tali insegnamenti nella propria vita, la loro incarnazione in azioni e attitudini: con Gesù come modello e se stessi come luogo del suo manifestarsi.

"Operatori di Ingiustizia": conseguenze etiche

La dura dichiarazione "Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!" è centrale. L'ingiustizia e l’iniquità non sono un peccato contro una divinità, ma derivano da azioni che danneggiano la rete delle relazioni umane e la propria integrità morale. L'esclusione non è una punizione divina, ma la conseguenza intrinseca di un comportamento che perpetua sofferenza e disarmonia. Lo vediamo in ogni manifestazione del mondo fatto a pezzi dalla iniquità. Il "pianto e stridore di denti" non è un inferno ultraterreno, ma il rimorso e la sofferenza che derivano dalla consapevolezza di aver fallito nel vivere una vita etica e compassionevole, di aver perso l'opportunità di una piena realizzazione del sé.

Il "Regno di Dio" può essere ben compreso come uno stato di armonia, integrità e connessione profonda qui e ora, raggiungibile attraverso un vivere etico e una consapevolezza interiore. Vedere "Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti" in questo "regno" mentre altri sono "cacciati fuori" non implica un destino predeterminato, ma piuttosto il riconoscimento che certe figure hanno incarnato come princìpi di saggezza e giustizia che permettono loro di esistere in uno stato di pienezza, mentre coloro che hanno operato ingiustizia si trovano esclusi da tale armonia.

Venire "Da Oriente e da Occidente": universalità e inclusione

La visione finale, "Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio", offre una nota di universalità e inclusione. In una prospettiva piena di speranza, Gesù suggerisce che la capacità di raggiungere uno stato di armonia e realizzazione non è limitata da confini geografici, culturali o religiosi. Non è l'adesione a un particolare credo o gruppo a garantire l'accesso, ma piuttosto la qualità intrinseca delle proprie azioni e la profondità della propria consapevolezza. Conformemente all’insegnamento del Vaticano II[2], persone di ogni provenienza possono raggiungere questo stato di "Regno di Dio" attraverso l'impegno etico e la ricerca di un senso ultimo e profondo.

In sintesi, una rilettura attenta e non magica di Luca 13,23-29 sposta il focus da un idolo esterno che salva o condanna, a una comprensione piena di “buona notizia” della responsabilità umana e delle conseguenze intrinseche delle nostre scelte. La "salvezza" diventa un percorso entusiasmante di auto-trasformazione e autenticità, la "porta stretta" un invito alla chiara consapevolezza e alla luminosità di un'etica da "Regno di Dio" come stato di armonia spirituale, personale e sociale raggiunto attraverso un vivere giusto e compassionevole.

 

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[1] In generale, quando si parla di "uomo cristico", ci si riferisce a un essere umano che incarna o manifesta le qualità e i principi attribuiti a Cristo, o che ha raggiunto un livello elevato di coscienza e realizzazione spirituale simile a quella di Cristo. Si riferisce a un'ideale di perfezione umana e spirituale, che si realizza attraverso l'incarnazione di qualità umane/divine, ispirate alla buona notizia del Vangelo di Gesù Cristo e del suo Dio, sia in un senso teologico tradizionale (conformazione a Lui) sia in un senso più universale e archetipico (risveglio della coscienza divina interiore).

[2] Ecco i punti chiave:

  • Lumen Gentium (Costituzione dogmatica sulla Chiesa), n. 16: (questo il documento più esplicito) afferma che la Provvidenza divina non nega gli aiuti necessari alla salvezza a coloro che non hanno ancora raggiunto una esplicita conoscenza di Dio in Cristo, ma si sforzano di condurre una vita retta sotto l'influsso della grazia. Si menzionano coloro che, senza essere cristiani, cercano Dio con cuore sincero e si sforzano di compiere la sua volontà conosciuta attraverso il dettame della coscienza. La bontà e la verità che si trovano in loro sono considerate una preparazione al Vangelo ed una sua attuazione anche se inconsapevole.
  • Gaudium et Spes (Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo), n. 22: sottolinea che, poiché Cristo è morto per tutti e la vocazione ultima dell'uomo è realmente una sola, quella divina, dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo offra a tutti la possibilità di venire a contatto, nel modo che Dio solo conosce, con il mistero pasquale. Questo implica che anche coloro che non conoscono Cristo possono, in virtù della grazia, essere associati al mistero della sua morte e risurrezione.
  • Nostra Aetate (Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane): sebbene non si concentri direttamente sulla salvezza, questa dichiarazione riconosce la presenza di elementi di verità e santità nelle altre religioni, affermando che la Chiesa "nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni". Questo apre alla possibilità che attraverso la ricerca di Dio e la pratica del bene in queste tradizioni, le persone possano essere in qualche modo orientate verso la salvezza.